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mercoledì 25 luglio 2018

Terrore elettorale

Nonostante il timore suscitato dall'ondata di sangue che, alla vigilia della consultazione si è abbattuta sul Paese dei puri alla vigilia del voto, oggi in Pakistan si vota. Una giornata che è stata subito bagnata dal sangue di 29 persone in Belucistan per un attentato con la firma Stato islamico e nonostante 370mila uomini delle forze di sicurezza siano stati mobilitati per garantire il voto nelle varie circoscrizioni e negli 85mila seggi elettorali. I morti erano già già stati a decine con quasi 150 persone in un solo colpo a metà luglio proprio in Belucistan.

L'appuntamento è importante in un Paese ufficialmente in pace ma attraversato da una guerra di bassa intensità con l'islam radicale: per la prima volta nella storia del paese il cambio di governo avverrà tra uomini che non portano la divisa. Gli aventi diritto sono 105 milioni contesi da 110 partiti e oltre 3.700 candidati. Il risultato è incerto con l'interrogativo di brogli e intimidazioni, ma le elezioni sono un fatto rilevante che aiuta un Paese a lungo sotto tutela militare a uscire dal tunnel di una fosca tradizione. Si vota nelle quattro grandi province chiamati alle urne in Sindh, Belucistan, Punjab e Khyber Pakhtunkhwa e preoccupazioni sulla trasparenza elettorale sono state espresse dalla Human Rights Commission of Pakistan e da altri organismi locali. il voto sarà seguito da missioni di diversi osservatori internazionali tra cui Free and Fair Elections Network, la Ue e il Commonwealth.

In palio ci sono 342 seggi dell'Assemblea nazionale (di cui 60 riservati alle donne e 10 per i non
musulmani). Sono così ripartiti : Belucistan - la provincia sudoccidentale al confine con Iran e Afghanistan: 17 seggi; Khyber Pakhtunkhwa - la ex provincia della Frontiera che ora include anche le aree tribali al confine con l'Afghanistan: 43 seggi; Punjab - la provincia più industrializzata e più ricca che fu divisa in due tra India e Pakistan dalla Partition del Raj britannico nel 1947: 183 seggi; il Sindh, agricolo e feudo della famiglia Bhutto con la grande città-porto di Karachi: 75 seggi; le Federally Administered Tribal Areas, da poco incluse nella Khyber Pakhtunkwa: 12 seggi; Islamabad capitale federale: 2 seggi (i territori del Nord Gilgit/Baltistan seguono un sistema a parte e non partecipano al voto).

La partita elettorale si gioca tra tre organizzazioni storiche del panorama politico e con tre candidati che rappresentano altrettante dinastie. La più antica è quella del Partito popolare pachistano (Pakistan Peoples Party – Ppp) guidato da Bilawal Bhutto Zardari, classe 1988, figlio dell’ex presidente Zardari - e soprattutto della scomparsa ex premier Benazir - e nipote di Ali Bhutto, leader socialdemocratico impiccato dal dittatore militare Zia ul-Haq. Il suo feudo elettorale è la provincia agricola del Sindh, ma raccoglierà voti anche altrove. Non abbastanza, dicono gli osservatori, per contrastare la vera sfida: quella tra la Lega musulmana (Pakistan Muslim League-Nawaz – Pml-N) e la tradizionale opposizione del partito capeggiato dall’ex giocatore di cricket Imran Khan (Pakistan Tehreek-e-Insaf – Pti), che si presenta e autopresenta come il favorito alla carica di premier.

La speranza di ottenere abbastanza seggi per formare il governo non è in realtà affatto scontata per Imran, personaggio istrionico e robante che sta sfruttando con abilità la tempesta che si è abbattuta sulla Lega, rimasta priva - alla vigilia delle elezioni - sia del suo leader sia dell’uomo che è stato – senza concluderlo - a capo dell’ultimo mandato sancito dalla vittoria elettorale del 2013. Nawaz Sharif, premier a più riprese a capo di un partito di centrodestra, è stato infatti destituito dalla carica di premier in seguito allo scandalo dei cosidetti Panama Papers, che hanno rivelato maneggi di denaro in conti esteri e proprietà immobiliari a Londra non dichiarate. Accuse che gli sono costate 10 anni (più 7 alla figlia Maryam): arrestato con la figlia al suo ritorno in patria, per tentare di rivitalizzare un’immagine distrutta dai guai giudiziari e che stava costando cara al parito, vedrà la battaglia elettorale dalla sua cella.

Suo fratello Shehbaz è il cavallo su cui punta la Lega soprattutto in Punjab, la provincia ricca e più popolosa dove gli Sharif sono dei rais: Shahbaz è stato chief minister, guadagnandosi la fama di abile amministratore. Inutile dire che aveva un appoggio forte nel governo del fratello.
Imran Khan se la sta giocando da favorito ma sapendo bene che dalla sua roccaforte del Khyber Pakhtunkhwa muovere alla conquista delle altre province non è facile. In casa poi, gli gioca contro anche la rinascita della Muttahida Majlis–e–Amal, una coalizione di partiti islamisti di destra che ha già governato sia nel Khyber sia in Belucistan.
Di Imran si è detto molto, persino che fosse sponsorizzato dai militari che, stando a quanto si racconta nei circoli della Lega, avrebbero deciso di cambiare cavallo sciftando dalla destra degli Sharif verso un partito "nuovo" e paladino di legalità e buon governo ma che scarseggia di esperienza. C’è chi sostiene che alla fine, la potente macchina militare abbia preferito puntare ancora una volta sulla Lega e sulla dinastia che, nel tempo, si è dimostrata più solida. Senza il rischio di grandi scossoni.

Questo articolo è stato scritto per il sito dell'Atlante delle guerre










sabato 14 luglio 2018

Sangue alla viglia del voto pachistano

Due stragi nello stesso giorno con oltre 100 morti, l’ex premier arrestato all’aeroporto mentre
rientrava in patria, attentati contro i candidati. E’ il clima alla vigilia delle elezioni parlamentari in agenda per il 25 luglio in Pakistan tra meno di due settimane in una preoccupante escalation di violenza politica. Il primo attentato del venerdi di sangue è avvenuto ieri mattina a Bannu, nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa al confine con l’Afghanistan, con un attacco a un convoglio dell’ex chief minister Akram Khan Durrani del partito religioso Jamiat Ulema-e Islam (F). Se l’è cavata ma 4 persone sono state uccise (senza rivendicazione); oltre trenta i feriti. La strage maggiore è però arrivata più tardi in Belucistan, preceduta la notte prima da un attentato che aveva ferito due persone vicino all'ufficio del Balochistan Awami Party (Bap), nel mirino dei terroristi. Venerdi hanno colpito duro, causando un’esplosione in un luogo pubblico nel distretto baluci di Mastung: un bilancio provvisorio è di almeno 128 morti e 200 feriti. L’attacco suicida è stato rivendicato dallo Stato islamico.

Tra i morti c’è anche il leader politico Nawabzada Siraj Raisani, candidato di questo recente partito federalista nato da una costola della Pakistan Muslim League, a sua volta divisa in correnti, la cui fazione maggioritaria fa capo all’ex premier Nawaz Sharif, preso in custodia ieri al suo arrivo da Londra all’aeroporto di Lahore da agenti del National Accountability Bureau. Lo devono scortare in prigione dove Nawaz e sua figlia Maryam, con lui sul volo, dovranno scontare 10 e 7 anni di galera dopo la condanna per lo scandalo detto Panamagate (corruzione, appropriazione indebita e altri capi di imputazione). La Corte suprema aveva costretto Nawaz a dimettersi.
In questo clima politico infuocato che precede il voto, la violenza, sia terroristica, sia di forze anonime, si sta facendo sentire da settimane: il 10 luglio un kamikaze del Tehreek e Taleban Pakistan (Ttp o talebani pachistani) ha ucciso vicino a Peshawar il leader del partito secolarista Awami National Party, Haroon Bilour, con altre 19 persone (il Ttp aveva già ucciso il padre nel 2012). Il 7 luglio un candidato del Muttahida Majlis e Amal (Mma) è stato ferito con altri sempre a Bannu mentre gli inizi del mese hanno registrato un attacco al Pakistan Tehreek-i-Insaf (Pti) – partito dell’ex cricketer Imran Khan - nel Nord Wazirista (10 feriti).

domenica 3 gennaio 2016

Attentato al dialogo tra India e Pakistan (aggiornato)

Pathankot, venti chilometri dal confine pachistano, venti dal confine col Kashmir. E' qui che si trova una base aerea che ospita i caccia indiani che controllano le due aree per Delhi più sensibili nel subcontinente indiano. Ed è qui che ieri all'alba, verso le 3.30 ora locale, cinque guerriglieri travestiti da soldati, forse del gruppo estremista pachistano Jaish-e-Mohammad, hanno messo a rischio il neonato dialogo tra India e Pakistan assaltando la base dell'Indian Air Force. Aver ragione di loro non è stato facile e ha richiesto più di mezza giornata. Poi, alle 7.45 di ieri sera, il ministro dell'Interno Rajnath Singh ha confermato che tutti e cinque gli assalitori erano stati uccisi. Con loro tre soldati (quattro ieri secondo la stampa pachistana che confermava anche tre vittime civili.  Stamane il bilancio sarebbe salito a sette militari indiani uccisi). Operazione conclusa (in realtà per niente: il 4 la crisi entrava nel suo terzo giorno).

Nawaz Sharif: condanna immediata
Attacchi della guerriglia prokashmira non sono inusuali in India (il JeM è un gruppo nato proprio per riunificare sotto la bandiera di Islamabad il Kashmir ora diviso tra le due nazioni) e nel luglio scorso sette uomini erano stati uccisi in un attacco simile in una stazione di polizia del vicino distretto di Gurdaspur. Ma questa volta in ballo c'era una posta ben più grossa che non una semplice azione di disturbo e non solo per l'importanza strategico militare della base. Solo qualche giorno fa, il 25 dicembre, il premier indiano Narendra Modi ha fatto una visita “a sorpresa” in Pakistan, atterrando a Lahore dopo un viaggio in Russia e in Afghanistan. Non una visita qualunque ma la prima di un premier indiano in oltre dieci anni. E Nawaz Sharif l'ha ricevuto col tappeto rosso. La visita “a sorpresa” era evidentemente preparata da tempo ma in discreto silenzio benché ci fossero stati alcuni segnali (Nawaz Sharif era stato in India per l'insediamento di Modi e recentemente è stato siglato un accordo importante che regola questioni logistiche tra i due Paesi). Ma è anche vero che, oltre alla mai risolta questione del Kashmir, i pachistani sono infastiditi dall'influenza che Delhi ha guadagnato a Kabul e da accordi con gli Stati Uniti che permettono all'India vantaggi sul piano del nucleare; gli indiani accusano il Pakistan di terrorismo di Stato e, negli ultimi tre anni, sono ricominciati gli incidenti alla frontiera: meno noti degli attentati terroristici o delle dispute sulla Loc (la linea di controllo in Kashmir tra India e Pakistan) hanno continuato a ripetersi con vittime dalle due parti, anche tra i civili. Dunque la visita ha acquistato una rilevanza quasi impensabile e forse la “sorpresa” era per evitare che i falchi dalle due parti della frontiera potessero intralciare l'ennesimo tentativo di riavvicinamento (purtroppo non il primo e al netto di almeno quattro conflitti maggiori e diversi incidenti minori tra i due Paesi che hanno spesso tirato l'acqua al mulino di una nuova guerra).

Questa volta però le reazioni immediate di Islamabad e Delhi fanno ben sperare. Nel pomeriggio di ieri – e in perfetta sintonia temporale - il Bjp, il partito di Modi, ha fatto sapere che il dialogo appena avviato non può certo essere messo in crisi da un attentato e ha anzi accusato chi nel Congresso intende politicizzare l'incidente di Pathankot. Contemporaneamente arrivava un comunicato ufficiale di Islamabad, che univa alle condoglianze per le vittime una dura condanna dell'accaduto. La preoccupazione è dunque dalle due parti ed è condivisa da chi guarda con attenzione ai rapporti tra i due colossi nucleari. Come il vice segretario di Stato americano Antony Blinken che ha confidato a The Indian Express i timori di un possibile conflitto non intenzionale ma innescato da incidenti come quello di Pathankot. La corda resta tesa ma non si è spezzata.

aggiornato alle 11 del 3/1

venerdì 15 maggio 2015

La guerra infinita sulla frontiera dell'Afpak

L'Aga Khan, figura di riferimento
della comunità ismaelita
Quella degli ismailiti è una piccola minoranza nella minoranza sciita del Pakistan. Ma pochi o tanti, poco importa ai gruppi che hanno fatto della guerra agli apostati la loro religione. L'ultimo attentato, 43 morti e 23 feriti, avvenuto mercoledi a Karachi in pieno giorno dove un commando ha assaltato un autobus carico di fedeli, colpisce la piccola setta presente anche in Afghanistan e, in maggior numero, in India. Mentre ieri si sono svolti i funerali per la strage, si fanno i conti con le rivendicazioni che puntano dritte allo Stato islamico. O meglio, al gruppo Jundallah, organizzazione settaria che come altre prende da sempre di mira chi devia dalla retta via e che, fino a novembre scorso, faceva parte del Ttp (Tehreek Taleban Pakistan), l'ombrello talebano pachistano in odore di scissione da mesi e dal quale molti gruppi si staccano per aderire al progetto dello Stato islamico che prevede un Khorasan (area che nella testa di Al Bagdadi comprende Afghanistan e Pakistan) affiliato al Grande Califfato.

Jundallah (soldati di Allah) è di formazione abbastanza recente e si è fatto notare per diverse azioni con risonanza anche all'estero: quella nel giugno 2013 nel Gilgit-Baltistan dove fa strage di un gruppo di alpinisti di diverse nazionalità. A settembre due kamikaze fanno invece saltare la chiesa di Ognissanti a Peshawar: 127 morti e 250 feriti. A ottobre 2014 se la prendono con un jihadista “moderato” - maulana Fazlur Rahman della Jamiat Ulema-e-Islam (F) – che però riescono solo a ferire. Dopo l'adesione all'Is (di cui forse c'è già un'avvisaglia nell'attentato a un musulmano “deviato” come Fazlur Rahman), attaccano la parata dell'esercito pachistano al posto di frontiera di Wagah con l'India: 60 morti. Da gruppo anti sciita, sono passati a uccidere turisti, cristiani e soldati pachistani, una deriva che li avvicina molto all'Is. Ultimo colpo a gennaio:49 morti in una moschea sciita. Il governo però getta acqua sul fuoco.

venerdì 10 ottobre 2014

Brava Malala


Malala urges India, Pakistan to settle disputes... di dawn-news

Dopo aver vinto il Nobel per la pace, l'attivista pachistana Malala Yusafzai fa un discorso politico sulla tensione del momento alla frontiera tra i due Paesi vicini e invita Narendra Modi e Nawaz Sharif a venire entrambi alla consegna del Nobel in dicembre (vinto ex aequo con l'indiano Kailash Satyarthi).

venerdì 29 agosto 2014

Nel match tra governo e opposizione vince l'esercito

L'emblema dell'esercito pachistano
E' il capo dell'esercito pachistano Raheel Sharif il vero vincitore del braccio di ferro tra i due partiti (Pti) di Imran Khan e (Pat) di Qadri col primo ministro Nawaz Sharif di cui chiedevano le dimissioni. La situazione era allo stallo dopo che una marcia di migliaia di pachistani sulla zona rossa di Islamabad aveva messo in difficoltà il governo di  Sharif;  governo che ha tenuto botta ma che ha dovuto far ricorso più di una volta alla mediazione di Raheel Sharif che si è confermato il vero ago della bilancia. Khan e Qadri, in un certo senso, possono dirsi soddisfatti perché il governo civile si è mostrato incapace di gestore la crisi politica e ha dovuto ricorrere al terzo incomodo. Ma in realtà a perdere sembra essere la democrazia pachistana o almeno quel barlume di istituzione civile - governo e parlamento - che, nelle ultime
elezioni (contestate dal Pat e dal Pti) - sembrava aver segnato una nuova stagione, senza più l'ingombro della divisa kaki. E invece...

mercoledì 28 maggio 2014

Perché la pace conviene a India e Pakistan

Nawaz e Modi: prove di dialogo dopo 15 anni di silenzio
Era il 1999 quando l'allora leader del Bjp e primo ministro indiano Vajpayee incontrò l'allora premier pachistano Nawaz Sharif. Erano prove di distensione, iniziate con l'apertura di una linea di bus da Amritsar (India) a Lahore (Pakistan). Poi, una nuova guerra in Kashmir, un'escalation di tensione con minaccia dell'uso del nucleare, vari attentati di estremisti pachistani in India e operazioni dei servizi indiani in Pakistan raffreddarono sensibilmente i rapporti fino al 2008 quando, dopo la strage di Bombay, le relazioni tra i due Paesi vennero messe sine die nel congelatore. Il premier indiano (del Congresso) Singh, del resto, non aveva una solida maggioranza per muoversi come voleva (se mai avesse voluto) né un Pakistan con gravi problemi interni e una leadership a lungo militare fornivano il contesto adatto per iniziative di pace.

Quindici anni dopo, due leader della destra asiatica decidono che forse è l'ora di farla finita. Comincia Modi, neo premier con solidissima maggioranza alla Camera bassa di Delhi dove ha appena conquistato la maggioranza assoluta dei seggi. Invita Nawaz Sharif, riconfermato premier di Islamabad l'anno scorso, per presenziare all'inaugurazione dell'inizio del suo mandato. Nawaz decide di andare. I due si vedono e sono parole dolci. Si, i due fratellastri tornano a parlarsi. La chiave è l'economia e due trattati bilaterali fermi negli uffici che si chiamano Most Favoured Nation (Mfn) e Non-Discriminatory Market Access (Ndma). Congelati come le relazioni diplomatiche.

Entrambi hanno puntato sulla promessa di sviluppo in due Paesi dove la crisi morde e dove non tutti beneficiano dei successi riservati a una ristretta business class. Quanto vale l'interscambio tra India e Pakistan? Secondo le stime di Al Jazeera circa 2mld di dollari l'anno (1,7 per l'export indiano e e 350 mln per quello pachistano) con un'aggiunta di altri 2 miliardi in commerci del mercato informale che sfuggono al dazio. A porte aperte, il potenziale sarebbe invece tra i 9 e gli 11 (di cui 6-7 per l'India ma pur sempre 3-4 per il Pakistan), senza contare che relazioni stabili significano anche un'introito doganale sicuro. Entrambi dunque ne trarrebbero grande vantaggio e ne hanno bisogno: il Pakistan (il Paese che più insiste sul successo dell'incontro) perché la sua economia è in difficoltà, l'India perché il circolo virtuoso innescato da un balzo dell'export sarebbe un segnale rapido e facile del nuovo governo Modi. Dunque, ci siamo? Presto per dirlo. Bisogna ricordare che Modi viene da un partito ferocemente nazionalista e anti musulmano e che Nawaz Sharif può promettere ciò che vuole ma sa di non poter mantenere la promessa che cesseranno gli attacchi terroristici. Poi c'è la questione Beluci, l'Afghanistan, i rapporti coi vicini. Insomma, staremo a vedere ma almeno i primi passi vanno nella buona direzione.

lunedì 26 maggio 2014

Buone notizie dal quadrante Sud

Con un doppio gesto distensivo il premier pachstano Nawaz Sharif si è recato oggi in India, dove Narendra Modi diventa ufficialmente primo ministro dell'Unione, per presenziare all'investitura cui si è presentato con un regalo: la liberazione di 151 prigionieri indiani (pescatori e relativi pescherecci) detenuti nelle carceri pachistane. Buona volontà che riapre forse le porte a un dialogo difficile, congelatosi dopo l'attacco a Mumbai del 2008.

Da segnalare anche la visita a sorpresa (ieri sera) di Barack Obama in Afghanistan. Un presidente fiducioso che il patto bilaterale di sicurezza (Bsa) sarà formato dal futuro capo di Stato afgano. Obama non ha incontrato Karzai (che quella firma ha negato) e ala sua visita ha avuto come teatro solo la base di Bagram.

giovedì 22 maggio 2014

In Pakistan la guerra interna continua. E con la nuova India di Modi?

Narendra Damodardas Modi
nuovo premier indiano ha invitato Nawaz
 a Delhi  per il 26 maggio
Ieri i morti sono stati più di settanta, oggi ancora non si sa. E' il secondo operativo in due giorni quello che stamane in Pakistan ha visto colpire dall'aria e da terra il Nord Waziristan nei dintorni della capitale Miranshah. Il negoziato è in stallo, i talebani pachistani litigano tra loro, il governo colpisce duro.

E' questa la situazione interna mentre sul piano internazionale, il ministero degli Esteri del Pakistan ha smentito oggi che Nawaz Sharif abbia già deciso la sua partecipazione all'incoronazione di Narendra Modi a premier dell'India. Per la prima volta, un neo premier indiano – che il 26 maggio sarà a tutti gli effetti il nuovo leader dell'Unione – ha invitato i vicini di casa. Kabul e Colombo hanno già detto si. Le Maldive ci saranno. Islamabad farà lo sgarbo?


giovedì 20 febbraio 2014

Bombe sul Waziristan. Defunge il processo negoziale coi talebani

La copertina dell'ultimo
numero di Hilal, pubblicazione
dell'esercito del Pakistan
I caccia son partiti poco dopo la mezzanotte: destinazione l'agenzia del Nord Waziristan, nelle aree tribali (Fata) e in dettaglio le località di Dattakhel, Shawan, Mir Ali. L'avevano detto, l'hanno fatto. E i rumor di un attacco militare, se il negoziato tra il governo e il  Teheerek-e-Taleban Pakistan (Ttp) fosse fallito, sono diventati il rombo dei jet che, dicono i bollettini militari, avrebbero colpito i santuari della guerriglia, uccidendone alcuni capi e distruggendo in parte le basi di comandi "stranieri": uzbechi, turcmeni e tagichi. Il bilancio ufficiale per ora dice che i militanti morti sono 35 ma le vittime del raid potrebbero essere molte di più. Nell'operativo sono entrati in azione anche elicotteri da combattimento. E' stato il premier Nawaz Sharif ha dare luce verde all'azione. Ma i militari scalpitavano.

mercoledì 29 gennaio 2014

PAKISTAN, LUCE VERDE AL DIALOGO COL TTP

Prima in parlamento, poi in televisione, il premier pachistano Nawaz Sharif ha detto che il suo governo ha dato luce verde alla formazione di un comitato di quattro persone incaricato di avviare il dialogo coi talebani del Tehrek-e-Taliban Pakistan, notizia che ha fatto rapidamente il giro del mondo e che in Pakistan è stata accolta con un mix di reazioni diverse ma tutto sommato favorevoli.  In un aggiornamento del giornale The Dawn, si dà inoltre conto di una dichiarazione criptica ma cruciale secondo la quale Nawaz Sharif, a margine di un incontro con una delegazione del ministero degli Esteri britannico (Nawaz ha l'interim degli Esteri),  avrebbe detto che i colloqui sono di fatto già iniziati.

Negoziato difficile, già fallito qualche mese fa, e nato sotto la cattiva stella dell'ennesimo attentato, ieri a Karachi, dove poco prima che Nawaz parlasse i guerriglieri di Dio hanno ucciso tre ranger e un addetto alla sicurezza (con un Ied e un attacco kamikaze) subito rivendicato dal Ttp. La stessa fonte ha però detto sempre al Dawn  che la shura dei talebani sta valutando l'offerta del governo.

Nella mappa qui sotto, tratta dal sito della Bbc l'area "talebanizzata" tra Pakistan e Afghanistan (che corrisponde all'area pashtun e al cosiddetto Pashtunistan) che nell'area pachistana riguarda l'intera provincia del Khyber Pakhtunkhwa, la zona interna delle sette agenzie Fata (Federally Administered Tribal Area) e il settentrione della provincia del Belucistan. Il Ttp è attivo anche in Punjab, Sindh (Karachi), Azad Kashmir


mercoledì 27 novembre 2013

CHI E' IL NUOVO CAPO DELL'ESERCITO PACHISTANO

Rahael Sharif, classe 1956 e nativo della città baluchi di Quetta nell'Est del Paese, è il nuovo capo dell'esercito pachistano. Sostituisce il generale Ashfaq Pervez Kayani che è andato in pensione. Già a capo del Joint Chiefs of Staff Committee (dove è stato sostituito dal generale Rashid Mahmood), non ha nulla a che vedere col premier Nawaz Sharif. Contrariamente ad altri Paesi (come l'Italia o gli Usa) dove il ruolo militare più importante è nelle mani del capo dello stato maggiore della Difesa, in Pakistan il potere e l'autorità maggiore risiedono nella mani del capo dell'esercito (Pakistan Army) che riunisce le tre forze (in realtà quattro, Navy, Marines e Paf) di aria, mare e terra. E' vero che tecnicamente il ruolo di Mahmood (preferito in realtà da Kayani) sarebbe superiore ma nella realtà dei fatti è soprattutto di carattere "cerimoniale".  L'esercito, che pur prevedendo la coscrizione obbligatoria è formato da volontari, può contare su 750mila effettivi e una riserva di 500mila uomini.

Il suo unico neo, almeno agli occhi del premier, risiede nel fatto che gran parte della sua carriera si deve a Pervez Musharraf, il dittatore che rovesciò Nawaz Sharif. Infine Il fratello maggiore di Sharif, Shabbir , era un compagno di corso di Musharraf: ucciso durante la guerra del 1971 con l'India è stato insignito del più alto riconoscimento militare  del Pakistan (Nishan-i-Haider)

IIl profilo del quotidiano The Dawn
Nelle foto da sn a destra: il primo capo dell'esercito (1947.1948), il britannico Sir Frank Walter Messervy. Kayani e Kayani con Sharif, l'ultimo a destra 

domenica 3 novembre 2013

CRISI PAKISTAN-USA DOPO LA MORTE DEL CAPO TALEBANO


L'uccisione venerdi scorso del capo dei talebani pachistani Jamshed Zulfikar Mehsud, meglio noto col nome di battaglia di Hakimullah Mehsud, ha innescato una vera e propria guerra diplomatica tra Islamabad e Washington.

Sotto accusa C'è il solito attacco di droni – che gli americani non hanno né ammesso né smentito – e la conseguente violazione della sovranità nazionale, ma questa volta c'è di più. Il ministro degli Interni Chaudrhry Nisar Ali Khan ha bollato l'azione come «un attacco degli americani alla pace nella regione» e ha detto chiaramente che le relazioni bilaterali saranno adesso oggetto di attenta revisione al ritorno del premier Nawaz Sharif da Londra quando si riunirà il comitato ristretto sulla sicurezza nazionale (Ccns). Infine che della vicenda sarà investito il Consiglio di sicurezza dell'Onu. Imran Khan, il capo del Pakistan Tehrek-e-Insaf, partito che alle ultime elezioni si è guadagnato la guida della provincia del Khyber Pakhtunkhwa (dove il Mehsud è stato ucciso) ne ha minacciato il blocco. Non è poco visto che da lì passa buona parte della logistica Nato per l'Afghanistan. Inutile infine riferire della posizione del Jamiat Ulema-e-Islam, partito islamista in declino ma pur sempre di qualche peso nell'area.

In effetti, appena due giorni fa, il 31 ottobre, il neo premier Nawaz Sharif - che ha fatto una scommessa sulla pacificazione del Paese - aveva annunciato pubblicamente, senza fornire molti dettagli, che il negoziato tra Islamabad e il Tehrek-e-Taleban Pakistan (Ttp) era iniziato e che presto sarebbero cominciati colloqui diretti «nel quadro della Costituzione pachistana». Ora si sa che sabato una delegazione governativa avrebbe dovuto incontrare la cupola talebana. Chissà se lo stesso Hakimullah. Missione che è fallita per via della sua uccisione e che ora è a totale rischio con probabile seguito di ritorsioni, attacchi terroristici e nuovo sangue.

Hakimullah, cinque milioni di dollari di taglia sulla testa, avrebbe comunque già un sostituto, il comandante Khan Said Mehsud anche noto come “Sajna”, eletto ieri in gran fretta dal gran consiglio del Ttp con 43 voti su 60. Ma i contorni della vicenda restano oscuri. Alcune fonti danno Sajna come luogotenente e gran compare di Hakimullah, altre per nemico col quale gli uomini dell'ormai defunto capo talebano si sarebbero scontrati per il controllo di attività criminali a Karachi. C'è infine chi ricorda che proprio Sajna aveva tentato una scalata ai vertici del Ttp fermata da Hakimullah. In questa situazione interna poco chiara si muovono anche altri elementi: l'estremo frazionamento della guerriglia pachistana, i non facili legami con una parte dei confratelli afgani, il contrasto con il segmento che controlla il Punjab. Radicato nella cintura tribale al confine con l'Afghanistan, il movimento non a caso è controllato dai Mehsud, la tribù più popolosa e potente del Sud Waziristan dove Hakimullah è stato ucciso dopo una riunione venerdi in una moschea dell'area di Dande Darpakhel, non lontano da Miranshah, la capitale del Nord Waziristan. Ma nella fertile pianura del Punjab bisogna fare i conti con i Punjabi Taleban, teoricamente un segmento del Ttp ma in realtà molto autonomi, ombrello di diversi gruppi dalla composizione etnica assai più mista che nelle aree del Nordovest a maggioranza pashtun. Il suo capo, Asmatullah Muawiya, sarebbe stato cacciato proprio dopo le sue aperture in agosto alle proposta di pace di Nawaz Sharif.

A tutto ciò va aggiunta l'agenda politica del nuovo governo di Islamabad in cerca di consenso interno e un contenzioso con gli americani al calor bianco da anni. Una corda che rischia di spezzarsi.

sabato 2 novembre 2013

SPERANZA PACHISTANA

La guerra al terrore in una storia di conflitti esterni e interni. Le speranze di una nuova stagione guidata da governi non militari. Un'analisi per Lo Straniero

Al pubblico italiano, ma non solo a quello, la parola Pakistan evoca le peggiori immagini e una sorta di infinito incubo terroristico, acuito dal rischio che la guerriglia islamista metta le mani sull'armamento nucleare di un Paese che, come l'India e Israele, possiede l'atomica senza aderire al club di coloro che la detengono e che, in qualche modo, la controllano.

L'unico elemento positivo recente è forse la vicenda che riguarda la giovane Malala, la studentessa vittima di un omicidio mirato andato fortunatamente a vuoto esattamente un anno fa, e che ora è divenuta il simbolo del coraggio femminile e del riscatto di un intero popolo. Effettivamente sarebbe difficile dar torto al lettore, visto che le notizie che provengono dal Pakistan sono, negli ultimi anni, notizie di stragi e massacri collettivi su vari fronti: la guerra settaria condotta da gruppi sunniti estremisti contro la minoranza sciita; gli attentati perpetrati ai danni della esigua comunità cristiana o di altre minoranze; il conflitto senza fine che agita le aree tribali al confine con l'Afghanistan e la partecipazione, in qualche modo, alla guerra afgana; la caccia infinita ai terroristi e ai guerriglieri islamici praticata dall'esercito pachistano ma anche dall'aviazione americana che usa aerei senza pilota (droni) contro la volontà di Islamabad. In questo quadro agghiacciante, e che fa del Pakistan uno dei Paesi più violenti del mondo, la cornice politico economica è complessa. Il Pakistan attraversa una crisi che ha ulteriormente messo sotto stress i segmenti più poveri della popolazione e ristretto le speranze della borghesia locale che, alcuni anni fa, aveva visto un piccolo boom economico poi rapidamente rinsecchito. Quanto alla politica, è evidente la fatica nel rafforzamento di istituzioni che per decenni, da quando il Pakistan nacque nel 1947, sono state sotto il rigido controllo di dittature militari. Le cose non sono migliori sotto l'aspetto delle relazioni internazionali: sempre tese con l'India, assai tese con l'Afghanistan, ad alti e bassi con l'Amministrazione americana (1).

Ce ne sarebbe abbastanza per dire del Pakistan che è uno Stato fallito, una denominazione molto di moda in questi anni quando le cose sembrano andare di male in peggio e appaiono, superficialmente, senza via d'uscita.
In realtà molti elementi concorrono a fare del Pakistan quello che è attualmente. La sua stessa storia, ad esempio, nella quale hanno grande merito, oltre ai pachistani, i britannici cui lo sdoppiamento del Raj in due Paesi non dispiaceva affatto. Quella frattura nel vasto subcontinente indiano creò le premesse per veri e propri conflitti tra le due sorelle appena separate (in Kashmir e nel Pakistan orientale poi Bangladesh) e preparò il terreno per l'inevitabile scontro interno tra comunità che doveva nascere dalla più grande migrazione della storia recente, quando i musulmani in massa abbandonarono l'India per arrivare nel Paese dei puri, la loro Terra promessa. Ma se il sangue correva sulla frontiera orientale, lo stesso doveva avvenire su quella occidentale dove il confine tracciato dai britannici per dividere l'Afghanistan dal Raj britannico lasciò in eredità a Islamabad (e a Kabul) le terre pashtun separate in due da un righello diplomatico che forse, non a caso, aveva scelto di fare da uno due popoli, creando le premesse di un'instabilità perenne che ancora dura, alimentata da sogni secessionisti o di accaparramento territoriale che ciclicamente si riaffacciano dall'una e dall'altra parte della frontiera: un tizzone mai spento su cui sono propensi a soffiare anche i vicini. In questo quadro si è inserita poi la sfida nucleare tra i due Paesi separati, cosa che ha aiutato i militari pachistani a diventare per decenni gli unici depositari della garanzia di sicurezza del Pakistan di fronte alla minaccia indiana. Come se non bastasse, agli inizi del nuovo secolo il Pakistan è diventato la base degli islamisti afgani e il rifugio di Osama bin Laden, divenendo al contempo la base degli attacchi americani in Afghanistan e poi il terreno della “guerra dei droni” che, secondo alcune stime, ha prodotto in quel solo Paese diverse centinaia di vittime(2).

Il quadro che abbiamo disegnato non è consolante e non ha certo intenti giustificativi. E' chiaro però che il cammino del Pakistan verso una democrazia solida e una convivenza sociale senza strappi è in salita e richiederà tempo. Infine il Paese non è aiutato dai suoi vicini o dai suoi alleati che semmai si limitano a rafforzarne l'apparto militare. La battaglia delle forze della società civile (di cui Malala è una bellissima e forte espressione) è difficile come lo è quella delle forze politiche di ispirazione laica o quella dei tanti funzionari delle istituzioni o della burocrazia dello Stato che vorrebbero un Paese migliore e operano perché così avvenga. C'è infatti una luce in fondo al tunnel che in più di un'occasione si è fatta vedere: soprattutto in concomitanza di alcuni episodi (l'attentato a Malala è uno di questi ma famosa fu anche la battaglia per il reinsediamento dei giudici licenziati manu militari dal generale-dittatore Pervez Musharraf). Capire se l'insediamento del nuovo premier (in realtà una figura ultranota della politica pachistana) possa segnare qualche punto a favore di questa strada non è facile da capire anche se le sue prime mosse promettono bene. Intanto è la persona con cui fare i conti e quindi è necessario conoscerla. E' quel che cercheremo di fare nella seconda parte del nostro ragionamento.

La vera novità delle ultime elezioni pachistane potrebbe essere che non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Il neo premier uscito dalle elezioni del maggio scorso è una faccia nota che è già stato primo ministro più di una volta e che calca le scene della politica pachistana da decenni. Ma al di là della longevità politica e della controversa storia politica di Nawaz Sharif, un liberista con vecchie simpatie islamiste a capo della fazione della Lega musulmana che porta il suo nome (Pakistan Muslim League-Nawaz), le elezioni per il rinnovo del parlamento di Islamabad e del potere provinciale in tutto il Paese hanno rappresentato molto più di una novità. Per la prima volta nella storia del Pakistan, un governo civile ha portato a termine la legislatura e, nonostante minacce, attentati e qualcosa come 150 morti durante la campagna elettorale, il 60% degli aventi diritto è andato a votare: sei pachistani su dieci, un record e un 20% in più rispetto alla passata consultazione. La terza novità è che il Partito popolare della dinastia Bhutto (il Ppp di Benazir e poi del marito Zardari) ha subito una confitta clamorosa, evidenziando la fine di un'era. Addirittura forse la fine di quella stessa dinastia. La quarta novità è l'affermazione del Pti, il partito di Imran Khan, un organismo che si basa più sugli slogan e sul carisma del suo leader – un ex cricketer passato alla politica – che su un vero programma. Aveva un seggio e ora ne ha oltre trenta. Ha fatto man bassa nelle aree tribali, tradizionale base elettorale del partito laico Awami (praticamente scomparso e questa è la quinta, triste, novità) e dei partiti islamisti che, tutto sommato, tengono la posizione anche se ormai la loro base di massa, costantemente corteggiata dai gruppi radicali, si è fatta sempre più esigua.

Con l'elezione di Nawaz Sharif, il Pakistan ha fatto apparentemente una scelta conservatrice: ha scelto un leader di destra, chiacchierato quand'era al potere per i suoi rapporti con gli islamisti e nemico dell'esercito più per una questione personale (furono i militari con un golpe e cacciarlo nel 1999) che non perché sia poi un così ferreo baluardo del potere civile. Come ogni nuovo premier ha promesso aperture all'India e agli Stati uniti (sia Delhi sia Washington si sono calorosamente congratulati) ma fu il suo governo a fare i test atomici del 1998 che impaurirono Delhi con cui, qualche mese, dopo scoppiò l'ennesimo confitto (Musharraf, che poi rovesciò Nawaz Shareif, era allora capo di stato maggiore). I segnali di distensione comunque sono andati aumentando, contribuendo a rasserenare soprattutto i rapporti con Delhi, tradizionalmente sempre molto tesi.
Quanto alla relazione (difficile) del Pakistan con gli americani, Nawaz Sharif ha bisogno dei loro quattrini ma deve vedersela con l'amara politica dei droni (omicidi mirati con aerei senza pilota) tanto cara a Obama. Non ha fatto mistero del fatto che ne avrebbe parlato nel suo discorso a New York per l'annuale assemblea dell'Onu. Nawaz Sharif sa anche di avere un nuovo atout da giocare in vista del ritiro americano dall'Afghanistan del 2014: deve per forza passare dal porto pachistano di Karachi e dai due valichi che il Pakistan ha con l'Afghanistan.

La sua forza sul fronte politico interno per ora non è in discussione. Intanto gode di una buona performance elettorale che ha garantito al suo partito 126 seggi all'Assemblea nazionale e una maggioranza schiacciante in quella del Punjab, la provincia ricca che ha finanziato la sua campagna elettorale. E' stato rapido nel formare il governo e ha gestito bene la fase non facile post elettorale (compreso il delicato riconteggio in diverse sezioni). Ora però deve far fronte a una difficile situazione economica: il Pakistan è in recessione e cinque anni di fragilità politica del governo Ppp non hanno aiutato anche se la borsa di Karachi ha premiato il risultato di Sharif proprio in omaggio alla stabilità, a quella “confortevole maggioranza” sbandierata dai suoi portavoce: primo partito a livello nazionale e primissimo in Punjab (due terzi dell'assemblea provinciale). L'elenco delle doglianze e dei problemi cui mettere mano è comunque lungo: in politica interna, oltre alla crisi economica, c'è l'emergenza talebana (specie nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa al confine afgano) e quella baluci (alla frontiera occidentale con l'Iran dove sono presenti forti spinte secessioniste con evidenti infiltrazioni talebane). Sul fronte internazionale invece ci sono gli atavici problemi coi vicini: con l'India tanto per cominciare ma anche con l'Iran e, come già detto, con gli Stati uniti che proprio a proposito dell'Iran vorrebbero bloccare il famoso “gasdotto della pace” che dovrebbe far transitare il gas iraniano in India via Pakistan, un gas di cui Islamabad ha dannatamente bisogno. Gli americani osteggiano da anni il progetto ma Nawaz Sharif ha già fatto sapere che non lo bloccherà, il che sommerà polemica a polemica dopo quella ormai ciclica sui droni. Poi c'è la Cina, vecchio alleato che per ora non ha mai creato problemi ma che spinge per una soluzione alla ribellione islamista troppo vicina alle sue frontiere meridionali.

E infine c'è il dossier afgano. C'è chi sostiene che Nawaz Sharif potrebbe essere più pragmatico del Ppp che si limitava ad attaccare Karzai a piè sospinto. Ma su quella frontiera intricata e porosa potrebbe non bastare quest'uomo buono per tutte le stagioni ma che in passato non ha brillato sul fronte afgano: il 26 maggio del 1997, quando a Islamabad era premier per la seconda volta Nawaz Sharif, l'emirato talebano di mullah Omar venne riconosciuto dal Pakistan e poi da Arabia saudita ed Emirati. Acqua però ne è passata ede effettivamente, dopo un lungo tira e molla soprattutto afgano, Nawaz Sharif e Karzai si sono finalmente incontrati e il colloquio è andato bene. Di lì a poco Islamabad ha liberato diversi quadri talebani, come richiesto da Kabul che spera di trovare in loro dei possibili mediatori, e ha soprattutto fatto liberare il numero 2 di mullah Omar: mullah Baradar, il cui arresto a Karachi nel 2010 fece pensare alla sospettosa Kabul (con qualche buon motivo) che il Pakistan (pare con l'aiuto della Cia) avesse arrestato Baradar cercando di correre ai ripari per poter controllare a suo favore un'eventuale riconciliazione tra Karzai e la guerriglia. Una riconciliazione che comunque è ancora di là da venire.

1) Secondo la documentazione raccolta dallo special rapporteur delle Nazioni unite Ben Emmerson (marzo 2013), le vittime del terrorismo sono state in Pakistan oltre 40mila, almeno 7mila soldati pachistani hanno pagato con la vita in questo decennio di guerra interna che è costato circa 70 miliardi di dollari.

2) Il procuratore generale dell'Alta corte di Peshawar, Dost Muhammad Khan, gestendo una causa civile promossa dalla Foundation for Fundamental Rights contro la Cia, sostiene nella sentenza dell'11 aprile 2013 che 896 civili sono stati uccisi da droni tra il 2007 e il 2012 nel Nord Waziristan, con ulteriori 533 morti civili nel Waziristan del Sud.

martedì 24 settembre 2013

DOPO LA STRAGE DEI CRISTIANI A PESHAWAR

La macabra conta delle vittime della strage di domenica scorsa nella chiesa protestante si Ognissanti a Peshawar, la capitale della provincia pachistana di Khyber Pakhtunkhwa, non è ancora finita. Agli oltre ottanta morti (37 sono donne) potrebbero aggiungersene di nuovi visto che tra gli oltre 130 feriti molti restano in situazioni critiche. La piccola comunità cristiana del Pakistan è sconvolta dopo l'attentato più grave che abbia mai subito e che due ventenni hanno portato a compimento imbottiti di esplosivo mentre si concludeva la cerimonia della domenica cui stavano partecipando circa 400 fedeli. In Pakistan i cristiani sono un'esigua minoranza (circa il 2% di 180 milioni) e circa 200mila tra loro vivono nell'area occidentale di Khyber Pakhtunkhwa al confine con l'Afghanistan (70mila nella capitale di provincia). Ma stanno reagendo: ieri ci sono state manifestazioni a Peshawar, Islamabad, Karachi, Lahore, Multan, Faisalabad, Gujranwala, Rahimyar Khan, Hyderabad, Quetta. Qualcuna ha anche avuto appendici violente e l'obiettivo era l'apatia del governo benché la condanna del massacro sia stata pressoché unanime: dal Consiglio degli Ulema del Pakistan al premier Nawaz Sharif. All'estero ne ha parlato ovviamente anche Papa Francesco.


La chiesa di Ognissanti a Peshawar: costruita oltre 180 anni fa come una moschea

La strage ha anche una rivendicazione telefonica che per altro ha tardato ad arrivare e che è confusa. Secondo la France Press la responsabilità è di Junood ul-Hifsa, una branca dei talebani pachistani (Tehrek-e-Taleban Pakistan o Ttp) nata con lo scopo di colpire i non musulmani e salita agli onori della cronaca nel giugno scorso quando, per vendicare le stragi dei droni, i suoi adepti si resero responsabili di un massacro di scalatori (non solo occidentali) nella zona settentrionale del Gilgit-Baltistan. Un tal Ahmad Marwat ha rivendicato la strage nella chiesa come risposta proprio agli attacchi dei droni (se n'era appena verificato uno nelle aree tribali anche se è difficile che un tale massacro non sia stato predisposto con molto anticipo). La Reuters però descrive lo stesso Marwat come un membro del gruppo Jundullah (o Jundallah, soldati di Dio), sempre affiliato ai Ttp la cui rivendicazione ha invece un sapore eminentemente ”settario”, nella scia di una guerra comunitaria alla ricerca di una purezza religiosa del Pakistan che si è accanita contro sciiti e cristiani quasi in egual misura: nel 2009, per ricordare uno degli episodi più gravi, un raid di musulmani inferociti per una supposta dissacrazione del Corano diede fuoco nella città di Gojra in Punjab a oltre una settantina di case uccidendo sette persone. Erano cristiani e l'elenco è lungo: se dovesse descrivere anche lo stragismo anti sciita sarebbe quasi infinito.

Se i cristiani si sentono in pericolo infatti, non sono gli unici: a causa di gruppi fondamentalisti settari temono per la propria vita gli sciiti (soprattutto nella zona occidentale di Quetta) e vivono nella paura degli islamisti armati clandestini molti abitanti del Pakhtunkhwa, dove il Ttp ha le sue basi ma gode di sempre minor consenso (come per altro i partiti islamisti costituzionali). Il ministro degli Interni Chaudhry Nisar Ali Khan ha detto, appena dopo la strage, che tra pochi giorni il governo renderà noto un piano di protezione per le chiese e altri luoghi di culto e che saranno rivisti i piani per la sicurezza sul territorio nazionale proprio perché è ormai chiaro che, per i terroristi, i templi sono luoghi emblematici quanto semplici da colpire...(continua)

Segue su Lettera22 e su il manifesto oggi in edicola

martedì 27 agosto 2013

KARZAI A ISLAMABAD, LETTA A KABUL

E' durato un'ora il colloquio tra il premier pachistano Nawaz Sharif e il presidente afgano Hamid Karzai, volato in Pakistan quasi senza preavviso dopo mesi di melina nella prima visita di Stato da che il neopremier si è insediato. Al di là della retorica sui buoni rapporti bilaterali - pessimi in questi mesi – i pachistani hanno fatto mostra di apertura definendo “storica” la visita di Karzai. Ma per ora di storico non c'è molto. Karzai ha affrontato la questione del processo di pace coi talebani che si rifiutano di parlare col governo di Kabul. Probabilmente Karzai ha chiesto al Pakistan di fare in qualche modo pressione sui talebani perché accettino di cancellare il veto e non è escluso che abbia caldeggiato un nuovo rilascio di prigionieri talebani per avere nuovi mediatori da convincere. L'anno scorso il Pakistan ne ha rilasciati 26 tra cui l'ex ministro della giustizia Nooruddin Turabi. Chissà invece che Nawaz Sharif non abbia ventilato la possibilità che il Pakistan possa essere la sede dei colloqui di pace anche se per Kabul sarebbe difficile accettarlo. Alla vigilia del viaggio Karzai ha incontrato Enrico Letta da cui ha ricevuto l'ennesima rassicurazione che l'Italia resterà in Afghanistan anche dopo il 2014.

martedì 14 maggio 2013

IL PAKISTAN SVOLTA A DESTRA: NUOVO PREMIER VECCHIE FACCE


La vera novità delle elezioni pachistane è che non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Il nuovo premier è una faccia antica che premier è già stato e che calca le scene della politica pachistana da decenni. Ma al di là della battuta, della longevità politica e della controversa caratura di Nawaz Sharif, a capo della fazione della Lega musulmana che porta il suo nome (Pakistan Muslim League-Nawaz), queste elezioni per il rinnovo del parlamento di Islamabad e del potere provinciale hanno rappresentato più di una novità.



Per la prima volta nella storia del Pakistan, un governo civile porta a termine la legislatura e, nonostante minacce, attentati e 150 morti durante la campagna elettorale, il 60% degli aventi diritto è andato a votare: un record e un 20% in più rispetto alla passata consultazione. La terza novità è che il Partito popolare della dinastia Bhutto (Ppp) ha subito la sua confitta più clamorosa, evidenziando la fine di un'era e forse di quella stessa dinastia. La quarta è l'affermazione del Pti, il partito di Imran Khan, un partito che si basa più sugli slogan e sul carisma del suo leader – un ex campione di cricket – che su un vero programma. Aveva un seggio e ora ne ha una trentina. Ha fatto man bassa nelle aree tribali, tradizionale base elettorale del partito laico Awami (praticamente scomparso e questa è la quinta, triste, novità) e dei partiti islamisti che, tutto sommato, tengono la posizione. L'ultima novità è forse che, anche in Pakistan, la sinistra, o almeno i partiti che tradizionalmente si ispirano a principi secolari e socialisti, è in difficoltà (il Ppp e appunto il partito Awami).

Il Pakistan dunque svolta a destra: sceglie un leader conservatore, chiacchierato quand'era al potere per i suoi rapporti con gli islamisti e nemico dell'esercito più per una questione personale (furono i militari con un golpe e cacciarlo nel 1999) che non perché sia poi un così ferreo baluardo del potere civile. Come ogni nuovo premier ha promesso aperture all'India e agli Stati uniti (sia Delhi sia Washington si sono calorosamente congratulati) ma fu il suo governo a fare i test atomici del 1998 che impaurirono Delhi con cui, qualche mese, dopo scoppiò l'ennesimo confitto (Musharraf, che poi lo rovesciò, era allora capo di Stato maggiore). Quanto agli americani, Nawaz Sharif ha bisogno dei loro quattrini ma dovrà vedersela con l'amara politica dei droni (omicidi mirati con aerei senza pilota) tanto cara a Obama. Avrà però una freccia al suo arco: il ritiro americano deve per forza passare dal porto pachistano di Karachi.

I risultati, non ancora ufficiali, gli danno almeno 125 seggi nell'Assemblea nazionale e una maggioranza schiacciante in quella del Punjab, la provincia ricca che ha finanziato la sua campagna elettorale. Ha tre settimane per mettere assieme l'esecutivo e basterà dunque un po' di scouting tra gli “indipendenti” che, con una trentina di seggi, si contendono il primato di secondo partito con circa gli stessi scranni di Ppp e Pti....(segue su Lettera22)