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giovedì 29 gennaio 2015

Interludio afgano


Riflessioni a margine di 14 anni vissuti pericolosamente. Cosa si chiude con la fine del 2014, cosa si apre con l'avvento del 2015

Lunedi 12 gennaio, il neo presidente Ashraf Ghani ha finalmente annunciato la lista dei ministri del suo governo. Le nomine hanno ricevuto una reazione comprensibilmente tiepida visto che, l'impasse politico generato dalla condivisione dei poteri tra Ghani e Abdullah Abdullah (l'altro sfidante per la presidenza che, avendola persa, ha preteso una condivisione dei poteri e un ruolo da premier) aveva ormai superato i “cento giorni” del nuovo corso entro i quali il presidente avrebbe dovuto sia nominare la squadra, sia mostrare i primi risultati del suo programma. In base al nuovo “Cencelli” di Kabul, dei 25 ministri in carica, 13 li ha scelti Ghani (tra cui Difesa e Finanze) e 12 li ha scelti Abdullah. Sono questi ultimi, dicasteri di peso (Esteri, Interno, Economia, Sanità, Istruzione), a dimostrazione che il braccio di ferro tra i due ha finito per premiare quasi più il premier che il presidente. Va detto però che i portafogli più importanti (compresa la nomina del governatore della banca centrale) sono saldamente nelle mani di Ghani e chi controlla la cassa controlla tutto, specialmente in un periodo in cui il sostegno estero andrà scemando. I primi problemi comunque sono già arrivati: il parlamento ha contestato la previsione di budget, ossia la finanziaria del governo (alla fine approvata a fine gennaio) e ha bocciato alcuni ministri o chiesto la verifica sul rispetto delle condizioni poste dai regolamenti parlamentari per adire agli scranni: potrebbe trattarsi solod i questioni di potere ma essere anche la dimostrazione di una certa vitalità del parlamento afgano.

lunedì 6 ottobre 2014

Cencelli a Kabul

Ashraf Ghani, primo con riserva
Che lo si voglia chiamare impasse, stand-off, o “telenovela afgana” come un irriverente diplomatico di Kabul l'ha definita, la vicenda che per tre mesi ha opposto Ashraf Ghani ad Abdullah Abdullah si è conclusa con un accordo, benedetto dal segretario di Stato americano John Kerry, che ha, almeno nel breve periodo, risolto il contenzioso elettorale, funestato sin dagli esordi del ballottaggio (14 giugno) da pesanti accuse di brogli. L'accordo stabilisce una nuova figura istituzionale che consegna ad Abdullah, eterno secondo (fu sconfitto nel 2009 anche da Karzai) il ruolo di capo dell'esecutivo (executive chief), un ruolo relativamente ambiguo che lo equipara a un premier ma senza chiamarlo primo ministro, figura non prevista dall'ordinamento di una Repubblica presidenziale quale l'Afghanistan è. Se ad Ashraf Ghani, il colto tecnocrate formatosi negli Stati Uniti e già ministro di Karzai, è stata dunque consegnata il 21 settembre scorso la presidenza e, teoricamente, i pieni poteri, ad Abdullah viene concessa un'ampia capacità di manovra che il nuovo assetto istituzionale non ha ancora ben definito. Per ora, dicono i rumor, i due hanno concordato anche la scelta dei ministri, onorando un “manuale Cencelli” (formula che regolava in Italia la spartizione delle cariche pubbliche in base al peso elettorale dei singoli partiti e attribuita al democristiano Massimiliano Cencelli) che ha un precedente afgano di tipo etnico-tribale e che invece ora sancisce – per così dire – un ingresso nella “modernità” delle alchimie politiche di spartizione del potere.

martedì 30 settembre 2014

Gli europei e la guerra (in)finita

Immaginandoci, con un po' di fantasia, una possibile breve conversazione tra i muri della diplomazia europea il tono potrebbe essere stato questo: «Vai a Kabul per l'insediamento di Ghani»? «No, ho da fare: ora c'è il califfato di Al-Baghdadi: Guerra al terrorismo 2, la vendetta. L'Afghanistan ormai è un caso chiuso». In effetti a scorrere la lista delle personalità presenti alla prima transizione di potere nella Kabul post-talebana il parterre è davvero sconsolante: gli americani non sono mancati con una delegazione di tutto rispetto di dieci funzionari capeggiati dal consigliere di Obama John Podesta mentre il Pakistan ha inviato addirittura il suo presidente Mamnoon Hussain e l'India e l'Iran i vice presidenti Hamid Ansari e Mohammad Shariatmadari. Anche i cinesi hanno mandato una figura di profilo nel ministro Yin Weimin. Ma sul fronte occidentale solo sedie semivuote su cui, a rappresentare l'Europa, c'erano solo gli ambasciatori di stanza a Kabul, Gan Bretagna compresa. Al massimo gli inviati speciali. E' la guerra, bellezza, quella nuova sulle frontiere di Siria e Irak.

Abdullah  Abdullah(a sinistra) e Ashraf Ghani:
 da ieri premier e presidente in un governo
 bicefalo  frutto  di un accordo per far contenti tutti
Se la forma, specie in diplomazia, è sostanza, la scelta la dice lunga sul futuro dell'Afghanistan retto da Ashraf Ghani, l'uomo che, con Abdullah, i talebani hanno catalogato come un “impiegato” degli Stati uniti. Sono loro gli sponsor del papocchio istituzionale col quale nasce la stella del primo ministro facente funzioni in una repubblica che è presidenziale per Costituzione e dove nemmeno l'ombra di un passaggio parlamentare ha giustificato la bizzarra alchimia. Alchimia che per l'uomo della strada è l'ennesima trattativa sottobanco da cui i più maligni non hanno escluso che, oltre al potere, sia stato garantito qualche altro compenso all'eterno secondo (Abdullah fu sconfitto a suon di brogli anche da Karzai nel 2009). Malizie. Non resta del resto che far buon viso a cattivo gioco, di qua e di là dalle montagne dell'Hindukush: l'esperimento democratico, pompato come la grande conquista dell'era post talebana, è un misero accordo di potere degno di una trattativa da bazar mentre la guerriglia, data per sconfitta già nel 2001, ha segnato quest'anno il più alto numero di vittime dall'inizio della guerra che doveva consegnare alla Nato sullo scacchiere planetario il ruolo che fu delle Nazioni unite, sempre più solo spettatore. Bisogna accontentarsi.

sabato 18 dicembre 2010

AFGHANISTAN, COSA NE PENSI DELLE ELEZIONI?

Mentre Barack Obama fa mostra di ottimismo e rilancia la strategia americana per il 2011 confermando il ritiro e un mix di bombardamenti mirati a tenere Al Qaeda sotto pressione, a Kabul si consuma una crisi istituzionale senza precedenti. Abdullah Abdullah, l'oppositore per eccellenza del presidente in carica Hamid Karzai, ha accusato la Procura generale, che aveva contestato i risultati delle elezioni politiche di maggio, di un silenzio che favorisce lo stallo e impedisce al nuovo parlamento di entrare in funzione. Karzai nicchia e i maligni dicono che il parlamento attuale al presidente non piace e che, a dispetto dei brogli, non gli garantisce la maggioranza che voleva. Ha rinviato l'ufficializzazione dei nuovi eletti e starebbe utilizzando lo scontro tra procura e commissione elettorale per prendere tempo.


La crisi a Kabul è lo specchio non solo delle difficoltà di Karzai ma anche di quelle di Obama che ha confermato l'inizio del ritiro a luglio 2011 e sottolinea grandi progressi contro qaedisti e talebani, mentre l'esercito afgano crescerebbe a ritmi più elevati di quanto non preveda la Nato stessa. Ma l'analisi di Obama non corrisponde a quelle assai più impietose degli osservatori: per Kate Clark di Afghanistan Analyst Network, lo scenario di Obama è “luccicante quanto irreale” e non si vede come potrà “portare pace e stabilità”. L'Afghanistan continua ad essere insomma in ebollizione e il pantano della guerra sembra senza soluzione anche se i leader (occidentali) delle forze in campo hanno sempre cercato di aggiustare le cose nei Palazzi.

Un nuovo spunto lo fornisce Wikileaks coi cablogrammi che da Bruxelles andavano a Washington. Quello che riguarda una riunione del dicembre scorso, in cui figura anche l'ex ambasciatore italiano Ettore Serqui (all'epoca inviato speciale Ue a Kabul), raccontano proprio i particolari pre elettorali. Alla riunione partecipava Richard Holbrooke, il negoziatore americano morto qualche giorno fa, il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt (la Svezia era presidente di turno alla Ue): entrambi, mostrando un sano realismo, ripeterono quanto già detto un anno prima in occasione delle presidenziali, cioè che le elezioni andavano rinviate almeno di qualche mese per garantire trasparenza e un corretto processo elettorale. Anche Sequi era d'accordo tanto che i presenti accettarono il suo consiglio che era quello di far in modo che, in caso di rinvio, Karzai non perdesse la faccia proprio di fronte alla comunità internazionale. Che non facesse insomma da capro espiatorio. Ma poi, probabilmente su pressione di altri esponenti dell'Amministrazione Usa (l'ambasciatore a Kabul Eikenberry ad esempio, che era in rotta di collisione con gli europei), vinse la tesi delle elezioni subito e a ogni costo.

La vicenda rivela molte cose: quanto Holbrooke in realtà fosse isolato proprio nell'Amministrazione che lo aveva scelto come inviato speciale. Come gli europei fossero potenzialmente più ragionevoli degli americani e il ruolo della Turchia che, pur giocando a far squadra con l'Europa, era molto vicina alle posizioni di Karzai, comprese per altro assai bene anche da Sequi. Ma spiega anche l'astio di Eikenberry con gli europei perché Bildt si oppose al suo desiderio di assumere un ruolo rilevante nel quartiere generale Nato a Kabul che la Ue voleva meno americano. Ce n'è anche per Catherine Ashton, attuale capo della diplomazia europea. Bildt fu caustico: ottima per battaglie burocratiche ma con...nessuna conoscenza della politica estera.

giovedì 27 agosto 2009

KARZAI IN VANTAGGIO E BUFERA SULL'ESERCITO USA


Non si placano in Afghanistan le polemiche nel giorno in cui, dopo l'annuncio martedi dei primi risultati parziali, la Commissione elettorale, con il 17% delle schede scrutinate, rilascia, col contagocce, nuovi dati parziali che confermano il successo annunciato del presidente uscente Hamid Karzai (45%), avanti quasi dieci punti percentuali rispetto al suo principale sfidante, l'ex ministro degli Esteri, Abdullah Abdullah. Ma alla polemica politica tra gli sfidanti – i reclami hanno superato quota 1.500 la metà dei quali presentati da Abdullah mentre Ramazan Bashardost, il concorrente in terza posizione critica il sistema di rilasciare dati senza aspettare i le evidenze dei reclami – se ne aggiunge un'altra che riguarda i giornalisti “embedded” col contingente americano. Cui si aggiunge il “mistero” sulla strage di martedi a Kandahar che, attribuita dalla Nato ai talebani, è stata smentita seccamente da un portavoce che sostiene che i guerriglieri sono estranei all'autobomba che, nel centro della città, ha ucciso oltre quaranta persone.
Tutta occidentale invece la polemica sui giornalisti. Come riferisce l'agenzia Aki, una dura denuncia della Federazione internazionale dei giornalisti (Ifj) sostiene che i militari americani praticano un vero e proprio esame per verificare l'atteggiamento dei cronisti verso i soldati Usa impegnati in Afghanistan riservandosi il diritto di escluderli. Secondo l'Ifj, il Pentagono ha ingaggiato una società di pubbliche relazioni, The Rendon Group, con l'incarico di esaminare i giornalisti che chiedono di accompagnare le missioni militari per verificare poi come i loro servizi raccontino quanto hanno visto e come dipingano l'esercito.
Il paradosso è che la denuncia è partita proprio da una nota testata di notizie militari, l'americana “Stars and Stripes” che per prima ha rivelato della Rendon Group, società che, prima dell'invasione Usa dell'Irak, aiutò la creazione del Congresso Nazionale iracheno, il gruppo di opposizione a Saddam Hussein che fu poi accusato di aver diffuso false informazioni sul presunto programma nucleare iracheno. Inoltre la rivista ha denunciato che due mesi fa alti ufficiali dell'esercito Usa impedirono a un suo reporter l'inquadramento in un'unità in Irak perché si era rifiutato di sottolineare le buone notizie propagandate dai militari.
La denuncia di Ifj ha trovato eco anche tra i suoi affiliati negli Stati uniti tra cui l'American Federation of Radio and Television Artists la cui presidente Roberta Reardon ha detto che “molti americani si basano su un'informazione neutrale per capire che cosa stia accadendo nel mondo e per poter prendere decisioni cruciali. Se i militari approvano solo alcuni giornalisti, in modo che questi preparino servizi secondo un preciso punto di vista, le nostre decisioni non possono esser prese in modo indipendente o libero e questo mette in pericolo la democrazia». L'Ifj ha anche reso noto che la recente fusione tra il lavoro di pubbliche relazioni Usa e quello Nato a Kabul ha creato un'unica fonte di informazione per i media e per gestire tutte le richieste dei giornalisti che chiedono di essere embedded.

mercoledì 26 agosto 2009

PROIEZIONI ELETTORALI CON STRAGE

Nel giorno dell'annuncio dei risultati parziali delle elezioni afgane, che danno Karzai e Abdullah testa a testa sul filo del 40%, i talebani mettono a segno una strage a Kandahar, città che considerano una “roccaforte” del movimento guerrigliero di mullah Omar.

L'entità degli effetti causati in termini di vittime – un bilancio ancora provvisorio è di almeno trentasei morti e oltre sessanta feriti - probabilmente non era prevista, ma l'autobomba che si è scagliata contro gli uffici del Consiglio provinciale ha fatto più danni del prevedibile nell'incerta geometria degli attentati terroristici. La macchina, carica di esplosivo (ma fonti parlano di più esplosioni), ha infatti fatto collassare alcuni palazzi decuplicando l'effetto dell'attentato avvenuto poco dopo l'annuncio della Commissione elettorale. “Un terremoto”, dicono i testimoni dell'esplosione che ha danneggiato una sala per matrimoni, hotel ed esercizi commerciali in una città costruita soprattutto col fango ma dove gli edifici del centro hanno anche strutture di metallo e cemento. I feriti si contano a decine. Il rito sacro del Ramadan non ferma la carneficina.

E' il commento dei talebani ai risultati elettorali ma anche, oltre che una dimostrazione di forza nel pieno centro cittadino, l'ennesima strage di civili imputabile agli uomini in turbante che hanno scelto, nelle province di Kandahar ed Helmand, la linea durissima come ben dimostra il video trasmesso lunedi da Al Jazeera, in cui si vedono i talebani fermare pullman e taxi chiedendo ai trasportati di mostrare il dito eventualmente macchiato di inchiostro per poi punirli. E ieri sono stati prese di mira e danneggiati diversi seggi.

Quanto ai risultati elettorali, le parole per raccontarle devono essere state ponderate a lungo per fare un po' di luce – e riportare un po' di calma – nel clima tesissimo di Kabul, tra accuse di brogli e vittorie annunciate (soprattutto dall'entourage da Karzai). La Commissione elettorale, nella bufera dopo che su di lei si sono rovesciate tutte le accuse possibili, sceglie il tardo pomeriggio quando la gente lascia gli uffici e le notizie le commenta poi a casa, davanti al televisore. La notizia dell'attentato non è, in quel momento ancora arrivata. Col 10% dei voti scrutinati, e sostenendo che si tratta di un campione rappresentativo, La Commissione ha certificato che, per ora, Karzai è in testa col 41% dei voti, seguito a ruota da Abdullah Abdullah. Assai più indietro i rivali. Testa a testa dunque tra i due maggiori contendenti – il presidente uscente e il suo ex ministro degli Esteri - e giochi sospesi...

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martedì 25 agosto 2009

SOLDATI SI, SOLDATI NO, LA TENSIONE AFGANA EMIGRA NEGLI USA

In attesa dei risultati ufficiali la tensione si tramuta anche nel solito vecchio gioco: soldati si, soldati no. Il Nyt dice che gli alti comandi Usa in Afghanistan vogliono più militari e risorse. Una conclusione che sembra aver a che vedere con il rovescio della medaglia del “successo” elettorale se è vero che, al Sud, avrebbe votato un elettore su dieci come dice l'opposizione a Karzai


La tensione è alta in Afghanistan. Sotto ogni punto di vista: alle accuse di brogli si sommano gli annunci di una vittoria di Karzai non ancora certificata mentre sul fronte militare i vertici impegnati sul campo mordono il freno. Vogliono più soldati e un'accelerazione da opporre a un rinnovato vigore talebano. Guerra contro guerra, più soldati e più armi proprio mentre si dovrebbe celebrare, per quanto controversa e dimezzata, la vittoria della democrazia sull'oscurantismo. Una situazione che sembra allungarsi su un precipizio pericoloso e proprio alla vigilia del giorno della verità: oggi infatti la Commissione elettorale dovrebbe dire, a spoglio ultimato di circa il 90% delle schede, se Karzai ha davvero vinto e quanti, in effetti, hanno votato.

La pressione dei militari per avere più uomini e mezzi, che ieri è diventata semi ufficiale in un lungo articolo del New York Times che anticipa quello che i vertici americani in Afghanistan diranno alla Nato e al presidente degli Stati uniti, viene in realtà da lontano. E non si poteva scegliere momento migliore, adesso che Obama è in difficoltà nei sondaggi e la guerra in Afghanistan è tanto impopolare...soprattutto se dovesse perderla. Per tutto l'inverno scorso il pressing, a colpi di indiscrezioni e anticipazioni sui “giornali amici”, aveva prefigurato uno scenario di almeno 30-40mila soldati in più. Da spostare, per far contento il presidente, dall'Iraq in Afghanistan. E con l'aumento delle truppe si era anche fatta strada l'ipotesi Petraeus: fare anche dell'Afghanistan terra di “surge” sul modello iracheno, milizie tribali armate agli ordini della contro guerriglia. Poi quel piano naufragò. E a marzo Obama annunciò che in Afghanistan sarebbero andati “solo” 21mila soldati, 4mila dei quali non combattenti. 17mila operativi dunque, non uno di più, come pare avesse spiegato proprio ai generali in Afghanistan il consigliere nazionale per la sicurezza di Obama James L. Jones. Era fine giugno.

Da quel viaggio in avanti le acque si sono calmate e la parola d'ordine è stata, per lo stesso Mc Chrystal, il generale che guida i soldati americani in Afghanistan ma che è anche capo della Nato/Isaf, “protezione dei civili”, meno bombe, più ingegneri. Ma la cosa ha retto solo fino alle elezioni: alle fibrillazioni dei candidati afgani si accompagnano quelle degli alti comandi Usa.
Il terreno lo prepara l'Ammiraglio Mullen, che è a capo dello stato maggiore americano: dice che la situazione in Afghanistan si è deteriorata “nonostante” la recente iniezione di 17mila nuovi soldati e lo sforzo extra messo in piedi per le elezioni. Lo dice alla Cnn. Più forte che suggerirlo al Congresso, magari a porte chiuse. I talebani, dice, si sono fatti più sofisticati nella tattica. Una conclusione che sembra aver a che vedere con il rovescio della medaglia del “successo” elettorale se è vero che, al Sud, avrebbe votato un elettore su dieci come dice l'opposizione a Karzai.

In questo quadro, spiegava ieri l'edizione telematica del Nyt, i generali americani diranno alla Nato che le truppe attuali non bastano. E forse questo dirà anche al Congresso il generale Mc Chrystal, di cui è atteso un rapporto sulla nuova strategia che viene continuamente rinviato. Pare che la musica sia già stata cantata dai militari anche all'inviato di Obama per la regione, Richard Holbrooke, un altro fautore dell'opzione politico-diplomatica.
Al momento gli americani hanno nel paese 57mila uomini. Con gli alleati della Nato siamo a circa 100mila, gli stessi che aveva Mosca ai tempi ardenti dell'invasione. Quanto soldati ci vorrebbero adesso?
La bizzarria del corto circuito afgano è che è un serpente che si morde la coda. Il giorno prima che il Nyt battesse la notizia della richiesta di nuove truppe, l'agenzia di stampa Reuters aveva già diffuso la sintesi del cahier de doléance presentato dai generali della Nato a Holbrooke...Il fatto è che ormai Nato e forze americane sono sempre di più la stessa cosa. Quando Richard Holbrooke parla col generale Curtis Scaparotti, che comanda il settore Est, sta parlando con un uomo della Nato o con un soldato americano? La stampa statunitense finisce così per addebitare pressioni per l'aumento di truppe anche agli italiani, quando cita il generale Rosario Castellano che si sarebbe lamentato con Holbrooke che la frontiera con l'Iran è un colabrodo perché ha solo 170 guardie. Ma in realtà, come si è visto nelle interviste date ai giornali italiani, Castellano si è ben guardato dal suggerire un aumento di soldati.

Insomma la tensione si tramuta anche nel solito vecchio gioco: soldati si, soldati no. Ne approfitta anche l'ex candidato alla Casa Bianca John McCain che, fautore di aumento della pressione militare, ha resuscitato in un'intervista il vecchio “approccio Petraeus”, il surge miliziano seppellito da Obama.

Voto a Herat: la foto è di Giuliano Battiston

sabato 22 agosto 2009

FIAMME ALTE (POLITICHE) A KABUL

Afghanistan, il giorno dopo. A buttare acqua sul fuoco ci prova il portavoce della Commissione europea, John Clancy: “Incoraggiamo tutti i candidati a rispettare il processo elettorale e ad evitare annunci prematuri su possibili risultati”. Ci prova, ma l'incendio ha le fiamme già alte.
Il giorno dopo il voto in Afghanistan, salutato da tutti come un successo con una rapidità forse eccessiva, già ridimensiona la qualità del voto come i risultati, ancora parzialissimi della partecipazione, confermano:il 70% degli aventi diritto che avevano votato nel 2004 si sono ridotti a un 40-50%. Ma c'è di più: i due candidati presidenziali forti – Hamid Karzai e Abdullah Abdullah – hanno già cantato vittoria poco dopo l'annuncio della chiusura delle urne.
Sia Karzai sia Abdullah, sulla scorta di quelle che sono delle vaghe indiscrezioni che disegnerebbero comunque un testa a testa, dicono di avere la vittoria in tasca. Un modo forse per mettere le mani avanti e per dirsi comunque vincitori anche se le urne premiassero l'altro. In realtà sino al 17 settembre i risultati definitivi non saranno disponibili (anche se pare che l'annuncio verrà anticipato) ma il 25 agosto, ossia tra circa 72 ore, saranno disponibili i risultati parziali che potrebbero gettare altra benzina sul fuoco innescato dalle preventive dichiarazioni di vittoria di Karzai e Abdullah.
Intanto come numeri certi ci sono solo quelli delle vittime di queste giornate di elezioni: solo l'altro ieri, nel giorno del voto, undici funzionari della Commissione elettorale indipendente (Iec) hanno perso la vita e con loro otto soldati afgani. Gli attacchi dei talebani ai seggi sono stati 135 e in molti casi sono risusciti nell'intento, specie nel Sud e nell'Est del paese: non permettere alla gente di recarsi alle urne. Anche ieri ci sono stai nuovi episodi di violenza: incendi ai seggi elettorali accompagnati dal bollettino quotidiano dei morti sul campo di battaglia (due soldati britannici e un americano). Nulla però rispetto ai giorni scorsi. Ma il futuro non è roseo.

La polemica sull'inchiostro che stinge (era già successo nel 2004) non può che alimentare le voci de brogli che costituiranno la benzina per la macchina delle recriminazioni: gli uomini di Abdullah annunciano di aver presentato almeno un centinaio di denunce alla Commissione per i reclami elettorali per brogli rilevati dai 26mila rappresentanti di lista del concorrente di Karzai. Ma anche per Karzi può valere lo stesso discorso senza contare che il presidente uscente può sempre dirsi penalizzato – e non avrebbe torto – dal voto mancato nelle aree a maggioranza pashtun.Preoccupazione la esprime anche Richard Holbrooke, l'inviato di Obama per la regione, che sostiene che il voto in Afghanistan si concluderà sul filo di lana con un testa a testa tra i due maggiori candidati. Ma di più non dice. Conferma però le voci che girano soprattutto a Kabul e nei seggi dove i conteggi (che vengono riprodotti in cinque copie e poi inviati a un centro controllato dalla Iec) sono già finiti: testa a testa tra Karzai e Abdullah.

La vittoria di Karzai o di Abdullah non sono comunque un risultato che farà contentissimi né gli americani né i loro alleati occidentali: il primo si è costruito una fama di abile negoziatore ma anche di capo di un governo corrotto e inefficiente dominato dall'alleanza con gli ex signori della guerra. Il secondo, lui stesso ex signore della guerra e con alle spalle l'Alleanza del Nord (la coalizione di ex mujaheddin che nel 2001 guidò la campagna di terra per spodestare mullah Omar), non ha grande esperienza di governo e ha una squadra debole alle spalle. Ma adesso l'obiettivo è disinnescare la miccia accesa da una guerra tra i due che per ora si limita alle parole ma che potrebbe prefigurare uno scenario pericoloso se Karzai e Abdullah dovessero arrivare ai ferri corti. La possibilità di un esecutivo che rappresenti vincitori e vinti appare come l'unica soluzione in grado di disinnescare la mina. Ma per fare ipotesi è comunque ancora presto. Come è ancora presto per definire le elezioni del 20 agosto in Afghanistan un “grande successo”.

sabato 25 luglio 2009

TRIBUNA POLITICA IN TV, MA SENZA KARZAI

Non c'è bisogno di scomodare Guy Debord per ricordarsi che la Tv è un'arma potente. Specie in campagna elettorale. Tanto potente da aver spesso sensibilmente modificato le percentuali di voto americane dopo i “faccia a faccia” tra i candidati presidenti o di aver, come in Italia, favorito dal nulla l'ascesa di Silvio Berlusconi. E non è solo un fenomeno da paesi ricchi: fece notizia il faccia a faccia che, per la prima volta nella storia dell'Iran, mise a confronto Ahmadi Nejad e Musavi col pallottoliere che, seppur inutilmente, sembrava essersi molto spostato dalla sua parte dopo il clamoroso confronto. Ma in Afghanistan, almeno per il momento, la neo era dei “face to face”, iniziata l'altro ieri sera con i primi candidati alle elezioni del 20 agosto, dovrà accontentarsi dei numeri 2. Il presidente Karzai, che insegue la riconferma per il suo secondo mandato (il terzo in realtà considerando l'interim dopo la cacciata dei talebani) ha detto no grazie. E anche se Tolo Tv, l'ideatrice dei faccia a faccia spera che non dia buca settimana prossima, un secco comunicato della presidenza, sostenendo che il capo dello stato aveva ricevuto l'invito in ritardo, sembra, almeno per il momento, aver chiuso la partita.

Tolo Tv è un'emittente privata che la vulgata vuole vicina all'Aga Khan, uno degli attori più potenti dell'economia afgana: gode di un'ottima fama non solo in Afghanistan e trasmette nelle due lingue principali su tutto il territorio nazionale e su satellite (alcuni suoi giornalisti hanno subito intimidazioni e persino attentati mortali.) Giovedi sera ha trasmesso in simultanea con Lemar Tv (altra emittente privata) e il canale Arman Fm (che si vuole vicino a uno dei due candidati invitati). Bocciata la possibilità che vi fosse Karzai, i tantissimi telespettatori afgani si sono dovuti accontentare di due figure “minori” ma di tutto rispetto: l'ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah, uno dei consiglieri di Ahmad Shah Massud e tra i capi dell'Alleanza del Nord cui proprio Karzai deve in un certo senso le sue fortune (l'Alleanza appoggiò l'avanzata americana che cacciò i talebani nel 2001); l'ex ministro delle finanze Ashraf Ghani, considerato lo sfidante più pericoloso per Karzai. Dopo il dibattito a due – e in cui ha finito a far la parte del cattivo soprattutto l'attuale presidente – il loro punteggio è dato in risalita anche se non pochi osservatori ritengono che, tutto sommato, Karzai potrebbe benissimo farcela al primo turno.

Per la verità, direttamente con Karzai se l'è presa soprattutto Ashraf Ghani che ha attaccato lui e i suoi ministri senza risparmiare fiato e virulenza. Abdullah Abdullah invece ha preferito astenersi da un attacco frontale contro il suo ex alleato. Ha proposto un volto da moderato, da uomo di pace e riconciliazione nazionale anche se non ha risparmiato critiche alla coalizione militare occidentale, sia per quel che riguarda le vittime innocenti spazzate dai raid aerei, sia per i sistemi spicci della caccia al talebano casa per casa, due argomenti molto sensibili nelle aree del conflitto e utilizzati anche da Karzai durante il suo secondo mandato, specie quando aveva cominciato a temere che gli americani (che poi hanno fatto una tiepida marcia indietro) lo avessero mollato. Ha anche proposto la riconversione del sistema politico da presidenziale a parlamentare.
Quanto a Ghani, il Tremonti afgano, noto per la sua puntigliosità e verve polemica, l'ex ministro delle Finanze ha spiegato dettagliatamente il suo programma incentrato sullo sviluppo economico del paese ma senza dimenticarsi il problema sicurezza su cui ha molto criticato il governo che non saprebbe nemmeno, ha detto, quanti poliziotti ci sono a Kabul.
Entrambi hanno comunque biasimato la scelta di Karzai di dichiarare forfait.

In realtà il presidente sarebbe disposto a scendere a patti ma a due sole condizioni: la prima è che il dibattito si svolga solo a...”reti unificate” e cioè su tutti i canali tv del paese (14 privati e uno statale); la seconda è che il conduttore della tribuna politica dovrebbe essere un giornalista nominato dalla Commissione elettorale, non certo scelto da Tolo Tv un'emittente con cui Karzai si è scontrato più di una volta e che ritiene ostile.
La campagna elettorale comunque si muove e cambiano le alleanze. Diversi candidati hanno deciso di fare cartello e di far correre alla fine uno solo di loro e Nasrullah B Arsalaye, un altro aspirante, ha fatto sapere di aver scelto di uscire di scena in favore proprio di Abdullah Abdullah. Quanto avrà contato il piccolo schermo?