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giovedì 23 novembre 2017

Apartheid, un nuovo termine per i rohingya

Si chiama “In gabbia senza un tetto” l’ultimo rapporto di Amnesty International sui Rohingya, la minoranza musulmana cacciata dal Myanmar nell’esodo forzato più recente della Storia da un Paese non in conflitto. E aggiunge una nuova parola a un vocabolario dove si è letto di stupri, eccidi, violenze, incendi, disastri umanitari, genocidio e pulizia etnica: apartheid. Questa volta Amnesty, che lavorava al caso da due anni, documenta infatti la condizione interna dei rohingya in Myanmar, dove fino a qualche mese fa viveva poco più di un milione di questa minoranza ora ridotta drasticamente a meno della metà (oltre centomila vivono in campi profughi nel Paese mentre 600mila sono stati espulsi). Chi vive in Myanmar era ed è intrappolato «in un sistema vizioso di discriminazione istituzionalizzata sponsorizzata dallo Stato che equivale all'apartheid». Il rapporto (in italiano sul sitowww.amnesty.it) disegna il contesto della recente ondata di violenze, quando le forze di sicurezza hanno incendiato interi villaggi e hanno costretto centinaia di migliaia di rohingya a fuggire verso il Bangladesh. Molti, non si sa quanti, sono stati uccisi o sono morti cercando di attraversare la frontiera.

Fa un salto in avanti la condanna che per ora ha visto soprattutto la società civile impegnata in un’operazione di denuncia (Amnesty, Human Rights Watch, il Tribunale permanente dei popoli e diverse Ong come Msf ad esempio) con le Nazioni Unite (molte le prese di posizione e le denunce) ma, per il momento, non si sono viste forti pressioni internazionali anche se, nel suo recente viaggio in Myanmar, l’Alto commissario Federica Mogherini non è stata tenera con Aung San Suu Kyi. Nondimeno per ora, l'Unione europea si è limitata a confermare il divieto alla vendita di armi e ha riattivato il meccanismo (soppresso quando i militari hanno ceduto il potere) che vieta agli alti gradi dell’esercito birmano di venire nel Vecchio Continente. Poco o nulla ha invece fatto il Consiglio di sicurezza, come se la questione riguardasse semplicemente i rapporti tra Myanmar e Bangladesh.

La foto è tratta dal sito di Amnesty Italia

giovedì 19 ottobre 2017

Rohingya, l'ultima accusa

“Una sistematica campagna di crimini contro l’umanità per terrorizzare e costringere alla fuga i
rohingya”. Dopo che il vocabolario dell’orrore sembrava ormai aver esaurito tutte le parole – esodo forzato, violenza, genocidio, stupro, pulizia etnica - Amnesty International, nel suo ultimo rapporto, aggiunge l’aggettivo “sistematico” a una campagna che ha come risultato il più numeroso esodo della storia recente da un Paese non in conflitto, una nuova biblica cacciata dai propri luoghi di origine. Il popolo senza identità, invisibile nei registri delle autorità birmane, accusato di essere la prole di un’immigrazione illegale dal Bengala, è così fisicamente minacciato che il governo birmano sembra aver in mente un solo obiettivo: cacciarli finché non resti un solo rohingya.

Amnesty non lo dice ma le “nuove prove” raccolte dall’organizzazione, che con Human Rights Watch ha immediatamente preso le difese della minoranza, mettono in chiaro un quadro sistematico di violenza continuata con una “campagna di omicidi, stupri e incendi di villaggi” portata avanti - dicono decine di testimonianze - da “specifiche unità delle forze armate, come il Comando occidentale, la 33ma Divisione di fanteria leggera e la Polizia di frontiera”. La contabilità ha ormai superato quota 530mila, un record possibile solo se, in un Paese apparentemente in pace, c’è in realtà una guerra che ha come obiettivo l’esodo di intere famiglie, tribù, villaggi. “Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini – scrive Amnesty - sono vittime di un attacco sistematico e massiccio che costituisce un crimine contro l’umanità” così come lo concepisce lo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale. Il Tpi elenca 11 atti che, se commessi intenzionalmente durante un attacco, costituiscono il più grave dei reati. E Amnesty ne ha riscontrati almeno sei: “omicidio, deportazione, sfollamento forzato, tortura, stupro e altre forme di violenza sessuale, persecuzione oltre a ulteriori atti inumani come il diniego di cibo e di altre forniture necessarie per salvare vite umane”.

Alla voce di Amnesty si aggiunge quella di organizzazione come Msf:“Le strutture mediche, incluse le nostre cliniche, sono al collasso. E in poche settimane – scrivono i Medici senza frontiere - abbiamo ricevuto 9.602 pazienti in ambulatorio e 3.344 pazienti in pronto soccorso. Tra loro, anche adulti sul punto di morire a causa della disidratazione: il sintomo che una catastrofe sanitaria è dietro l’angolo”. La voce dell’Onu è risuonata molte volte ma con scarsi risultati. E lo sa bene il sottosegretario Jeffrey Feltman che martedi a Yangoon si è sentito fare una reprimenda dal generale Min Aung Hlaing, il capo di stato maggiore birmano, che non vuole l’Onu tra i piedi: la maggior parte delle agenzie del palazzo di Vetro infatti nel Rakhine, il luogo del delitto, non ci può andare. Sono di parte, dicono i generali, che si apprestano a rilasciare un loro dossier su come sono andate le cose. Ai militari birmani non basta evidentemente che, per non turbare troppo gli equilibri, il Programma alimentare mondiale (Wfp) abbia fatto sparire un dossier “imbarazzante” e che per molto tempo, fin dal 2016, le agenzie dell’Onu abbiano fatto di tutto per evitare polemiche e scandali. Una mediazione senza risultati.

La diplomazia comunque batte un colpo e ieri l’Alto commissario Ue Federica Mogherini ha comunicato per telefono ad Aung San Suu Kyi, ministro degli Esteri ma premier de facto, che tutti i 28 membri Ue (inclusa l’Italia che ha recentemente inviato il suo ambasciatore, Pier Giorgio Aliberti, nel Rakhine) hanno chiesto l’immediato accesso alle agenzie umanitarie nel Paese ma che soprattutto, per via dello “sproporzionato uso della forza”, hanno deciso che né il generalissimo, né altri soldati birmani potranno mettere piede in Europa sino a che esista questa situazione (e a breve anche gli Stati Unite potrebbero seguire l'esempio).

 L’embargo sulle armi, già in essere da tempo, non solo continuerà ma gli uomini in divisa non potranno nemmeno venire a girare le fiere e i mercati degli armamenti che probabilmente si procurano con oculate triangolazioni. E’ almeno un primo passo e a ridosso di due incontri importanti: il meeting nella capitale birmana dell’Asem il 20 novembre (Asia-Europe Meeting, un processo di dialogo tra i Paesi Ue, altri due paesi europei, e 22 paesi asiatici più il segretariato dell'Asean) e, subito dopo, la visita di papa Francesco il 26. Anche li è già in corso una guerra delle parole: i vescovi locali non vogliono che il pontefice parli di “rohingya”, termine che la stessa Suu Kyi non utilizza mai. I “self-identifying Rohingya Muslims” come li chiamano i giornali più progressisti birmani (anche loro molto attenti a non incorrere nelle maglie della censura) oltre a non aver più la casa non hanno nemmeno più un’identità.

domenica 31 agosto 2014

Aggiornamenti in pillole (Afghanistan, Pakistan, Mogherini/Ue, Obama/Is)

Afghanistan: il braccio di ferro tra Ghani e Abdullah continua. L'accordo finale tra i due (per un governo - diremmo noi - di larghe intese) è a un punto morto: Abdullah vorrebbe che il futuro primo ministro (lui o un uomo suo) sia di fatto a capo del gabinetto dei ministri, come avviene da noi. Ghani, non a torto, sostiene che invece debba essere il presidente, come avviene in tutte le repubbliche presidenziali. E' chiaro che chi comanda sul gabinetto comanda sul Paese. Come se ne esce?

Pakistan: volge al peggio il braccio di ferro tra Qadri-Imran Khan e Nawaz Sharif. Scontri con la polizia e, alle 10 di stamane (ora italiana), già tre morti e centinaia di feriti a Islamabad. Lo scontro diventa violento.

Mogherini/Ue: come non complimentarsi? Renzi vince il round europeo e piazza una donna italiana seria e preparata la cui posizione più morbida con Mosca (tanto da essere accusata di essere filo russa) è una speranza che i venti di guerra sull'Ucraina si attenuino. Ora il compito più difficile: dimostrare di essere all'altezza di uno dei mandati più difficili della Ue

sabato 7 giugno 2014

Cinque domande sull'Afghanistan: il ministro risponde

Per la prima volta un  ministro della Repubblica, interrogato da un'associazione della società civile italiana sull'Afghanistan, risponde. E, senza vender fumo, va al cuore del problema. Cambiare passo - dice Federica Mogherini nella sua  lettera a il manifesto che risponde ai quesiti posti da Afgana - si può e si deve. Ecco il testo

Il 2014 sarà un anno cruciale per la transizione in Afghanistan, sia dal punto di vista politico sia da quello della gestione della sicurezza. E invece rischiamo di fare l'errore di pensare che con la fine di Isaf non sarà più necessario occuparsi di quel paese, delle sue contraddizioni e della sua faticosa ricerca di democrazia, pace, diritti. Per questo rispondo con piacere agli amici di Afgana, con i quali ho avuto occasione di collaborare spesso in passato e che ringrazio sia per il sostegno dato in questi anni alla società civile dell’Afghanistan. Mi si chiede dunque quale sia la strategia del governo per il dopo Isaf. Prima di tutto credo sia fondamentale mantenere l'impegno, preso formalmente con la comunità internazionale ma innanzitutto con la società civile afghana, di "non abbandonare" l'Afghanistan con la fine di Isaf. Però bisogna cambiare prospettiva: ogni passo dovrà essere deciso, disegnato, attuato su richiesta degli afghani e assieme a loro. così progetteremo il nostro sostegno alle istituzioni e alla società civile, e il sostegno alle forze di sicurezza afghane, con una residua presenza militare condizionata quindi a una richiesta di Kabul e limitata, eventualmente, solo a funzioni di formazione e assistenza. La strada che abbiamo intenzione di seguire è esattamente quella indicata da Afgana. Sono convinta, d'altra parte, che questo debba essere il tratto distintivo della nostra politica estera in tutte le aree di crisi e di transizione, dall'Ucraina alla Libia. Per rendere concreti questi impegni, appena ci saranno un nuovo presidente e un nuovo governo insediato andrò a Kabul per presiedere, assieme al ministro degli Esteri afghano, la prima riunione della Commissione congiunta prevista dall'accordo bilaterale di partenariato e impostare insieme un lavoro comune. Il sostegno alla società civile, su cui già si è molto lavorato, diventerà l’asse portante del nostro impegno così che dialogo e riconciliazione da un lato e tutela della libertà e dei diritti di tutti dall'altro possano poggiare su un terreno solido, pronto, su forme di partecipazione reale e diffusa. Manterremo e rafforzeremo quindi l'impegno della Cooperazione allo Sviluppo, con iniziative dirette e con il finanziamento a ong e spero che insieme al Parlamento potremo aumentare le risorse e renderle stabili. Sappiamo bene che serve però anche un serio sostegno internazionale. Con l’Ue si sta lavorando a un piano strategico, per il biennio 2014-2016, e nel nostro semestre di presidenza Ue lavoreremo all'attuazione. Infine, ma non da ultimo, sappiamo di doverci concentrare sia sulla riconciliazione interna, con il coinvolgimento politico di tutte le parti, sia sulla più ampia dimensione regionale e a fine agosto l'Italia parteciperà  a Tianjin, in Cina, alla riunione del processo di Istanbul. La comunità internazionale ha il dovere, e l'interesse, di continuare a occuparsi dell'Afghanistan e di farlo in modo nuovo, sostenendo un processo di transizione che deve essere prima di tutto in mano agli afghani.  

martedì 3 giugno 2014

Una lettera aperta sull'Afghanistan per il ministro Mogherini

La lettera pubblicata oggi su il manifesto dall'associazione “Afgana”

Cinque domande alla titolare degli Esteri
per capire se il governo intende cambiare passo
Il 2014 è un anno cruciale per l’Afghanistan. Perché segna il passaggio dalla prima, lunga parentesi post-talebana – inaugurata manu militari con l’intervento del 2001 guidato dagli Stati Uniti - a una nuova fase, i cui contorni sono ancora indefiniti. Nelle prossime settimane il presidente Hamid Karzai cederà il posto al suo successore, Abdullah Abdullah o Ashraf Ghani; entro la fine dell’anno, con il compimento della missione Isaf, la maggior parte delle truppe straniere lasceranno il paese, completando l’inteqal (la transizione), il passaggio della sicurezza dalle mani degli internazionali a quelle delle forze di sicurezza locali. Come ogni fase di transizione, anche l’inteqal afgana porta con sé molte incognite e molte opportunità. Le incognite riguardano la tenuta dell’assetto istituzionale, con un governo fragile, corrotto, incapace di soddisfare i bisogni della popolazione; la capacità delle forze di sicurezza di far fronte alla minaccia dei movimenti anti-governativi; lo stallo del processo di pace e di riconciliazione; la dipendenza dell’economia dagli aiuti internazionali; la giustizia che non c’è; i diritti negati, soprattutto per le donne. Affinché la società e il governo afgano riescano a fronteggiare adeguatamente tali sfide, c’è bisogno del sostegno della comunità internazionale. Ma affinché tale sostegno rifletta le aspettative della popolazione occorre voltare pagina, cogliendo le opportunità dell’attuale fase di passaggio.

Fin qui, in Afghanistan la componente civile del sostegno internazionale è stata subalterna a quella militare, che ha prevalso in termini di risorse impiegate e di obiettivi programmatici. Nonostante le ingenti risorse dedicate, lo strumento militare si è rivelato inefficace, perfino controproducente, nel proteggere la popolazione, sconfiggere i gruppi di opposizione armata, consolidare un governo democratico. Il fallimento del paradigma adottato in Afghanistan - dove i Talebani rimangono una forza tutt’altro che residuale e la percentuale delle vittime civili continua a crescere - dimostra l’anacronismo e la disfunzionalità dell’equazione che in politica internazionale associa realismo e militarismo, l’idea cioè che la sicurezza e la stabilità possano essere garantite e perseguite affidandosi alle armi. La transizione afgana offre alla comunità internazionale l’occasione di archiviare tale paradigma, in favore di uno completamente diverso, fondato sulla cooperazione, la diplomazia, il multilateralismo, la faticosa ricerca del dialogo e della riconciliazione. Un paradigma che non veda più la politica estera schiacciata o subalterna alla politica della difesa e che non riduca più la politica della difesa alla semplice questione della “sicurezza”. A partire dalla piena attuazione dell’articolo 11 della Costituzione e dal legame che esso stabilisce tra vocazione pacifista e vocazione internazionalista del nostro paese, il governo italiano potrebbe farsi promotore in Europa di questo nuovo paradigma, evitando che la comunità internazionale ripeta i suoi errori o che abdichi alle proprie responsabilità in un momento così delicato per le sorti dell’Afghanistan.

Alla luce di questi elementi di discussione, ci rivolgiamo al ministro degli Esteri, Federica Mogherini – che nel corso degli anni, da deputato, ha dimostrato sincero interesse per gli sforzi compiuti in ambito civile in Afghanistan – per sapere: 1) quale sia la strategia del governo italiano per l’Afghanistan nella fase successiva al compimento della missione Isaf; 2) se il governo italiano intenda favorire una posizione comune sull’Afghanistan in sede europea e un maggior protagonismo delle Nazioni Unite; 3) quali iniziative intenda assumere il governo italiano per favorire il processo di pace e riconciliazione; 4) quali iniziative intenda assumere il governo per favorire la società civile afgana; 5) quali iniziative intenda assumere il governo per sostenere le attività svolte dalle Ong italiane che operano in Afghanistan.



sabato 22 febbraio 2014

Elogio della lentezza. Perché non mi piace la fretta di Renzi

Alcuni anni fa il mio professore di geografia all'Università, Giacomo Corna Pellegrini, scrisse un libro dal titolo “Gli anni della fretta”, ricordo impietoso dell'epoca ardente e impetuosa dello sviluppo economico italiano tra la metà degli ani Cinquanta e la metà dei Sessanta. Diventammo ricchi e floridi ma a un certo prezzo, dettato dalla fretta. Quell'eredità è ancora presente nelle periferie urbane delle nostre città che hanno decisamente devastato il nostro maggior patrimonio: la risorsa ambientale, monumentale e architettonica. Sono i guai della fretta, gli stessi che mi pare covare il neo governo Renzi. Matteo Renzi, ha impostato la sua svolta – impressa celermente dai corridoi di Palazzo – all'insegna della fretta: una riforma al mese, ha promesso, ed è probabilmente questo l'elemento che più lo fa piacere assieme alla giovane età e all'idiosincrasia per la giacca. Ma personalmente la fretta mi spaventa. Mi sembra frettolosa la sua squadra di governo e frettolose anche le prime dichiarazioni di qualche nuovo titolare. Ci sono solo un paio di punti che voglio sottolineare sui ministeri che mi interessano di più (tralascio dunque le polemiche su Gratteri o la scelta sulla Pubblica istruzione, un ministero dove penso si debba investire il massimo cosa che non sembra proprio nelle corde del premier visto che è stato “ceduto” a Scelta civica). Cominciamo proprio da Orlando che dall'Ambiente è passato alla Giustizia. Al suo posto è andato un commercialista che non solo non ha competenze ambientali ma nel 2010 si è persino pronunciato a favore del nucleare (ancora?!?). In un servizio di Piero Bosio (Rp al minuto 7' 30"ca) c'è un'interessante scheda su di lui. Fretta.